QUADERNI D’AVANE
IL VALORE DELLA MEMORIA
Quando solo la terra ci dava da vivere…
In origine Cavriglia era un luogo ameno, con grandi fattorie circondate da magnifici vigneti, frutteti, oliveti, campi lussureggianti coltivati a grano e altri cereali.
Cambio di Scenario, dai campi al Sottosuolo
Dopo l’Unità d’Italia, con lo sfruttamento industriale del giacimento di lignite, cominciammo a scendere nelle viscere della terra.
Cosi passammo dalla zappa al piccone. In galleria i turni erano massacranti: si lavorava per 12 ore consecutive a oltre 130 metri di profondità, imprigionati dentro abiti e scarpe pesanti. Solo la luce fioca delle lampade a rischiarare quegli spazi angusti, dove il nostro respiro si faceva sempre più affannoso.
Molti si ammalarono, messi a dura prova nel fisico e nell’anima da malattie sconosciute prima: artriti, silicosi, polmoniti, tumori… e molte altre. Così sono mutate le relazioni fra noi, con nuovi equilibri -o meglio squilibri- all’interno del nostro piccolo mondo.
Il Novecento qui è la SMEV
Nel 1905 era nata la Società Mineraria ed Elettrica del Valdarno e nel 1907 era entrata in funzione la centrale di Castelnuovo dei Sabbioni che forniva energia ad Arezzo, Firenze e Siena.
“(…) non avevamo nulla e per fortuna gli abitanti del luogo erano brava gente. Alla mia famiglia fu consegnata la chiave di un appartamento e pian piano ci siamo ambientati. Siamo rimasti in questa situazione da febbraio fino ad aprile quando pian piano fummo introdotti nella lavorazione delle miniere di Castelnuovo dei Sabbioni. Lì c’era l’estrazione della lignite che era una materia prima preziosa in tempo di guerra. L’appartamento nel quale eravamo alloggiati era distante circa un paio di chilometri dal bacino minerario, in un luogo chiamato San Pancrazio Aivieri.
Dopo sette, otto giorni e dopo che ci eravamo ambientati hanno formato le squadre che dovevano lavorare in miniera, squadre formate da profughi che venivano impiegati a caricare di materiale i vagoncini posti sul piazzale. Venivamo anche pagati, un adulto 2.30 £ al giorno. Chi lavorava in galleria prendeva 4-5£. In galleria il lavoro era più pesante che nei piazzali. I lavoratori meno abili e i ragazzi come me prendevano 1,8-1,9 £ lavorando 10 ore al giorno. Io dopo qualche mese che lavoravo mi sono fatto fare un paio di scarpe.
Col passare del tempo abbiamo iniziato a lavorare come gli altri operai e a conoscere l’ambiente e la gente del posto.
Abbiamo iniziato a lavorare in miniera nel mese di maggio del 1916 e siamo rimasti lì fino a novembre del 1918. Durante il primo anno di lavoro era abbastanza regolare e c’erano sempre gli stessi operai; andando avanti molti vennero chiamati dall’esercito a sostituire i caduti e feriti e i progionieri e i profughi iniziarono a sostituire i richiamati andando a ricoprire anche incarichi ambiti come il fuochista, il frenatore, il deviatore.
Durante il periodo in cui abbiamo lavorato presso le miniere successero anche parecchie disgrazie. Nella miniera lavoravano oltre mille operai fra gli addetti negli scavi e quelli che lavoravano in supeficie. In questa situazione siamo andati avanti fino all’armistizio. L’ultimo anno di guerra c’era l’esigenza di aumentare la produzione. Oltre a noi e agli operai toscani lavoravano lì anche prigiornieri di guerra di nazionalità austriaca e austroungarica. Dopo qualche mese dall’armistizio inizammo a pensare seriamente il ritorno a Caoria. Gli ultimi giorni di marzo intraprendemmo il viaggio di ritorno. Dovemmo iniziare a ricostruire tutto; il paese era ancora svuotato dai suoi abitanti.”
Girolamo Loss
Il lavoro in galleria ci salvò dalla strage
Con il divampare della seconda Guerra Mondiale e la richiesta crescente di energia, i ritmi in miniera si erano fatti sempre più serrati.
Picconavamo alacremente, convinti di servire anche noi la Patria, a modo nostro. Tutti i giorni otto ore filate sottoterra… eppure nessuno osava lamentarsi, pensando ai rischi che correvano i soldati al fronte. Almeno noi potevamo riposare su un materasso, a casa nostra, al riparo da nemici e intemperie.
Ci eravamo anche abituati a recuperare il sonno di giorno, perché gli scavi non si fermavano mai.
Il suono inconfondibile della sirena scandiva i tre turni di lavoro: alle 8 mandava a casa quelli che avevano lavorato di notte e salutava l’ingresso di chi stava per iniziare, poi suonava alle 16 quando terminavano quelli del gruppo diurno e attaccavano quelli che avrebbero scavato fino a mezzanotte.
Così, senza sosta, gli scavi in galleria avanzavano con vigore, impegnando oltre seimila persone.
Accanto a noi, che eravamo nati e cresciuti a Cavriglia, lavoravano tanti altri uomini arrivati dal circondario e poi anche da altre regioni. Per dare un alloggio a tutti i nuovi minatori e alle loro famiglie, era stato creato un nuovo paese, Santa Barbara.
Nessuno faceva una vita agiata, però beni e servizi essenziali non sono mai mancati. Si mangiava poco, ma con regolarità, grazie all’attività pressoché ininterrotta del forno e della macelleria. Si potevano portare le scarpe consumate dal calzolaio, che fungeva anche da barbiere e trovava il tempo di farci un taglio ai capelli una volta ogni tanto.
L’essenziale, insomma, era garantito.
I soldati tedeschi ormai guardavano a noi italiani con disprezzo, considerandoci vili opportunisti, traditori che avevano voltato loro le spalle dopo aver osannato l’alleanza fra Hitler e Mussolini, quando erano forti e sembravano invincibili. Ora ci davano dei vigliacchi, perché era evidente che buona parte della popolazione sosteneva la resistenza, portava cibo e armi a chi era nascosto nei boschi.
L’ordine di colpire senza pietà quei disertori e le loro famiglie in Toscana era stato affidato tra gli altri anche all’ufficiale della Hermann Göring Wolf, che aveva eletto a suo quartier generale Villa la Costa, sulla collina di Bagno a Ripoli, di proprietà di Ugo Mattei, intellettuale antifascista di origine ebraica.
Sul tavolo dello studio il comandante di divisione Wolf c’era il programma delle stragi decise per i giorni seguenti: a Civitella della Chiana, Cornia, San Pancrazio il 29 giugno; a Meleto Valdarno, Castelnuovo dei Sabbioni, Massa Sabbioni e San Martino il 4 luglio; l’attacco ai partigiani della compagnia Chiatti l’8 luglio.
A Castelnuovo e a Meleto i nazisti erano arrivati all’alba a bordo di camion, automobili e motociclette. Lasciati i loro mezzi alla base della salita, si erano inerpicati verso la parte alta dei paesi a piedi. In pochi minuti erano sparpagliati ovunque.
Avevano fatto irruzione in ogni casa con prepotenza, sfondando porte, urlando.
C’erano state altre visite dei nazisti in precedenza, ma stavolta i toni erano cambiati.
L’orario era insolito, neppure le sette del mattino. Chi stava ancora a letto, altri si stavano vestendo prima di consumare la solita, povera colazione. I soldati tedeschi avevano scaraventato fuori casa tutti. Le donne minacciate e bruscamente allontanate, assieme ai bambini più piccoli.
A Meleto gli uomini vennero prima radunati al monumento ai caduti della grande guerra, poi divisi in quattro gruppi e mitragliati e bruciati nelle principali quattro aie del paese: Benini, Melani, Pecci e Rossini. Alla fine della giornata, a Meleto furono massacrati 93 uomini.
A Castelnuovo invece la manovra a tenaglia dei nazisti iniziò dal paese basso verso l’alto. Gli uomini sequestrati oppure freddati all’istante, se solo osavano tentare una reazione. Amato, Roberto, Remigio, Sabatino furono uccisi per aver tentato la fuga. Un paralitico, affacciato alla finestra di casa, fu ammazzato da un soldato che gli sparò alla testa.
Alcuni che si trovavano già fuori casa, avvisati della retata, andarono a prendere i documenti e si presentarono spontaneamente, sperando di dimostrare la propria buona fede ed essere rilasciati. Purtroppo non sarebbe stato così. Nessuna pietà da parte dei nazisti, neppure per il medico e il marito della farmacista che avevano prestato soccorso a un soldato colto da malore. E il cielo aveva tradito i contadini, che quella mattina per qualche goccia di pioggia avevano rimandato la mietitura, trovandosi così di fronte i nazisti.
Con grande freddezza Pinella, a Castelnuovo, una delle figlie del macellaio Annibale, riuscì a salvare su marito Renato travestendolo da anziana donna con i suoi abiti, un velo e la cesta del bucato in testa. Quando furono sul portone di casa i tedeschi urlarono “Donne raus! raus!”
Tutti i rastrellati a Castelnuovo furono portati in piazza, sotto la chiesa. C’erano Mariano, il portalettere, Angiolo, calzolaio e Pilade, che faceva il muratore, il sarto Teodosio, ma anche Ferdinando, ex segretario del Fascio, i fratelli Adolfo e Vittorio. I nazisti avevano preso pure Fedele, commesso della Cooperativa e Giovanni che conoscevamo molto bene perché aveva lavorato come sorvegliante alla miniera.
Ci si conosceva comunque tutti… così come tutti stimavano don Ferrante.
Il parroco implorò il comandante e si offrì in cambio dei compaesani. Lo supplicò ancora di lasciar liberi quei padri di famiglia, gli anziani, i ragazzi. Wolf rimase impassibile, ma gli concesse di dare la comunione ai condannati e morire con loro.
Poi, alle nove del mattino, ordinò l’esecuzione di 74 uomini.
Le donne, nascoste nel cimitero a monte, udite le raffiche di mitragliatrice e poi i colpi di fucile per esser certi che non ci fossero superstiti, rimasero impietrite. Sapevano già che il futuro dei loro figli e di Cavriglia sarebbe dipeso dalla loro capacita di reagire a quell’immenso dolore.
Alcuni di noi già impegnati a lavorare nelle gallerie di lignite, militarizzate fino al 1944, non fummo prelevati. Solo un ragazzo di 17 anni, Aldo Dini, ultimo della fila dei prigionieri, riuscì a scappare. Questo il suo ricordo dattiloscritto conservato presso il centro di documentazione del museo:
“Lo stato di guerra era avvertito anche dai civili per i continui attacchi aerei dell’aviazione inglese e americana. L’annuncio della resa dell’esercito italiano era ormai ritenuto inevitabile. Negli abitanti di Castelnuovo, di fronte alla caotica situazione che si venne a creare, oltre allo sbigottimento generale e alle pessime condizioni economiche in cui versava la popolazione, la speranza era che il conflitto fosse finito.
Purtroppo non fu così ed i mesi successivi furono i più duri e i più terribili. In quel periodo durante il giorno non era raro che la sirena delle miniere suonasse per dare l’allarme perché si stavano avvicinando formazioni di aerei inglesi e americani che eseguivano bombardamenti specie lungo la linea ferroviaria che attraversava il Valdarno.
Con lo sbandamento completo dell’esercito italiano molti militari riuscirono a tornare a casa ma le autorità dell’epoca li richiamarono alle armi. Cosicché molti di loro decisero di andare sui monti a costituire formazioni partigiane. I partigiani si installarono anche nei monti del Chianti.
Il 4 luglio 1944 i tedeschi, la mattina verso le 6.00, arrivarono con diversi reparti armati e cominciarono a requisire tutti i civili che incontravano a Castelnuovo e a condurli nella piazza della parte alta del paese, posta sotto la chiesa. Una parte di essi furono fermati, a quanto si è saputo, vicino alle scuole elementari e successivamente rilasciati. I cittadini che furono requisiti nella piazza dovettero dare tutti i documenti e gli oggetti personali. Il parroco, Don Ferrante Bagiardi, accortosi di quello che stava accadendo si recò nella piazza e parlò con il comandante tedesco per sapere cosa intendevano fare. Dopo aver saputo le loro intenzioni cercò di dare l’ultimo conforto alle vittime. Suor Maddalena Delfino venne nella piazza con le ostie per dare a tutti la Comunione. Le persone requisite furono costrette ad andare verso il muro della piazza e lì furono barbaramente mitragliate, uccise e poi bruciate. Prima di andarsene i tedeschi dettero fuoco alle case di Camonti.
Alcuni miracolosamente si salvarono, come me. Mi salvai perché andando verso il muro dalla parte sinistra vidi il portone del palazzo attiguo semi aperto. Dentro c’era già entrata un’altra persona che mi disse “vieni ragazzo, vieni”. Con lui, correndo a più non posso ci portammo davanti al muraglione della diga che era sotto il paese. Arrivati vicino all’acqua sentimmo le scariche di mitraglia. Io attraversai a nuoto la diga e fuggii il più lontano possibile dalla zona. Con gli indumenti rimasti, scalzo, andavi verso la miniera di Pian di Colle e poi verso i monti del Chianti. Giunto in località Le Corti alcune persone mi videro e mi domandarono cosa era successo. Raccontai come mi ero salvato e che era stata commessa una strage. Mi dettero alcuni indumenti, le scarpe, i pantaloni e la giacca. Poi mi diressi a Montedomenici, dove si trovava la formazione partigiana. Lì raccontai la mia vicenda e cosa era accaduto a Castelnuovo. Passata la notte mi misi in cerca dei miei genitori che trovai a Casignano. Mi credevano morto.
Dopo alcuni giorni in una delle tante nottate sentimmo un forte boato che veniva dalle miniere. Erano le truppe tedesche che in ritirata facevano saltare in aria i più importanti impianti della miniera, compresa la centrale elettrica. Ci spostammo con altre persone alla galleria Le Bicchieraie, vicino alla Dispensa. Ci sistemammo al 3° livello e per alimentarsi la mia mamma andava alle case della Dispensa e ci portava pane e minestra. La permanenza in galleria durò diversi giorni, cioè fino a quando le truppe anglo-americane arrivarono a liberarci”.
Aldo Dini
Dopo aver massacrato gli uomini di Meleto e di Castelnuovo, i tedeschi uccisero 2 uomini a Massa Sabbioni e a seguire 4 persone tra cui un ignoto a San Martino. Quindi i paesi vennero dati in parte alle fiamme. Nei giorni successivi i soldati minarono e fecero saltare la centrale elettrica, l’8 luglio uccisero il partigiano ucraino Nikolay Bujanov a Secciano e l’11 luglio tornarono per uccidere altri 10 uomini nel quartiere castelnuovese de Le Matole, dove vivevano i familiari di alcuni partigiani.
Un libro preziosissimo che racconta l’eccidio è il volume “Muoio per te” di Filippo Boni per i tipi di Longanesi. L’autore, che oggi è vicesindaco di Cavriglia, descrive in modo puntuale luoghi e avvenimenti, basandosi anche sulla lucida testimonianza del nonno Giuseppe, scampato per un soffio all’eccidio.
Un caso?
Per chi crede che ciascuno sia artefice del proprio destino, a guidare Giuseppe verso la salvezza è stata la vicinanza solidale ai partigiani e forse un’intuizione. Ha giocato a suo favore anche la dettagliata conoscenza del territorio.
Grazie per la sensibilità e il desiderio di ricordare il sacrificio di 192 uomini, la forza delle donne e l’imperativo di guardare avanti per i figli, senza riuscire a dimenticare mai..
La miniera, a furia di crescere, inghiottì il paese
Conclusa la seconda guerra mondiale, prese avvio la fase della ricostruzione.
Lutti e sconforto lasciarono via via il posto alla speranza di un nuovo inizio. La lignite xiloide tornò ad essere richiesta, nuova linfa per ricostruire il Paese. Così noi minatori ci siamo sentiti di nuovo utili, protagonisti di un grande progetto per rimettere in marcia l’economia nazionale.
Ma poi tutto cambiò rapidamente. A Castelnuovo iniziò ad arrivare carbone dall’estero a prezzo “politico”. Ci spiegarono che si trattava di un “aiuto per la ricostruzione post bellica”, ma per molti di noi significò la fame vera. Nel 1947 un terzo dei lavoratori fu licenziato. In MILLE furono mandati a casa.
Poi, nel 1948, la Società Mineraria licenziò altri 660 operai e chiese al tribunale di Firenze l’amministrazione controllata. A quel punto reagimmo compatti con scioperi che fecero rumore e la nostra protesta diventò un caso nazionale. E non restammo con le mani in mano… eravamo rimasti in 1.500 e conoscevamo bene il lavoro in miniera, perciò decidemmo di procedere con l’autogestione!
All’inizio è stata molto dura, anche per i tentativi di sabotaggio della Società Mineraria. La situazione rimase comunque precaria fino a quando La Mineraria non propose un piano industriale di estrazione della lignite a cielo aperto, che ebbe inizio nel 1956 e la costruzione di una centrale termoelettrica da 250 MW, che entrò in funzione nel dicembre 1957.
«E il paese fu mangiato dalle ruspe»
L’Enel, appena presa la concessione della cava, decise di sbancare subito milioni di metri cubi di terra, dando inizio a una fase di sfruttamento forsennato del giacimento. L’utilizzo di escavatrici gigantesche permise di scavare enormi crateri. Ma a che prezzo! Iniziarono a crollare le prime abitazioni e in breve fu in pericolo la stabilità di molti paesi del comune: Il Basi, Il Ronco, La Dispensa, Le Muccherie, Bomba, San Martino, San Donato in Avane, Allori, Pianfranzese e anche grand parte di Castelnuovo… Nell’agosto 1978 si verificò uno smottamento il cui fronte misurava oltre 500 metri. La parziale demolizione di Castelnuovo sopraggiunse tra la fine degli anni cinquanta e gli anni ottanta e gli abitanti evacuati vennero alloggiati in nuove abitazioni e il paese ricostruito più a monte in località Camonti, dove si trova attualmente.
L’Ater diede le case e una pioggia di 49 milioni di lire. Nel 1963 arrivò qui anche Fanfani. Molte famiglie dimostrarono di apprezzare il trasferimento perché le case moderne offrono maggiori comodità rispetto alle vecchie… per altri invece l’abbandono non è affatto indolore. Alcune famiglie, per affetto al borgo natio, hanno resistito fino agli anni Settanta, tra gli scheletri di case mezze crollate. L’ultimo ad andarsene è stato Rambaldo Macucci nel 1981.
Poi l’Enel mise il filo spinato.
Dieci anni dopo, nel pomeriggio del 29 marzo 1994, venne ritirata dal fronte della lignite l’ultima macchina di scavo ancora presente.
Nel 1995 intanto a Castelnuovo il regista Alessandro Benvenuti ci ambientò il film Ivo il Tardivo e nel 2003 il Comune di Cavriglia decise di acquistare le rovine del paese abbandonato ma mai dimenticato, con l’intento di recuperarlo.
Così Castelnuovo divenne per intero di proprietà pubblica e a partire dal 2006 iniziarono i primi interventi di recupero: realizzazione nel 2012 del Museo Mine che racconta le vicissitudini di questo territorio e costruzione della Casa della Memoria, negli ultimi anni, che ha l’obiettivo di raccontare gli eccidi nazifascisti. Il resto del borgo versa ancora in condizioni di degrado e abbandono e rischia di crollare. Oggi, però, quello che fino a qualche tempo fa sembrava solo un sogno, immenso, di vederlo rinascere, si avvererà.
Un progetto per il futuro
Lo scenario di una nuova vita di rigenerazione culturale grazie a 20milioni di euro.
Il progetto culturale per il rinascimento di questo luogo si chiama Avane Centrale Creativa che rinasce con un progetto culturale e creativo che prevede un Polo museale conposto da: MINE, Casa della Memoria e Casa del Sarto, un albergo diffuso, botteghe artigiane, punti di ristorazione, spazi polivalenti per attivitàproduttive e coworking.
Un passo avanti guardando indietro, per ricucire strappi e abbandoni, silenzi e affossamenti bellici. Per sanare ferite, per ricomporre identità e cancellare voragini lasciate da oltre un secolo di sfruttamento del suolo.
La Grande Bellezza non c’entra. E neppure l’attrattiva turistica. Ciò che ha fatto la differenza, cambiato il paesaggio, la gente e perfino il nome dello spopolato borgo toscano in provincia di Arezzo, piazzato nella Valdarno proprio a ridosso del Chianti, è la sua tragica e specialissima storia. Con quella, Castelnuovo d’Avane ha cominciato una seconda vita di “rigenerazione culturale” da venti milioni di euro, messi a disposizione dal Mibac grazie al Pnrr.
Il denaro l’aiuterà a far riemergere, di qui al 2026, il passato e a trasformarne il futuro.
In conclusione.
Dal sito del Mine:
Milioni di anni fa le foreste ricoprivano il Valdarno. Le vicende di un territorio e della sua comunità sono il risultato di un’incessante opera di trasformazione e questa azione trasformativa appare ancora più rilevante se si svolge rapidamente, nel corso della vita di poche generazioni ed è determinata dall’uomo.
Questo è successo a Cavriglia: il territorio che è stato delle miniere è stato costantemente trasformato e ricostruito con una successione di eventi così rapida da rendere complessa una condivisa rielaborazione culturale dei cambiamenti. Allora il museo assume un valore particolare, non solo luogo di conservazione ma spazio aperto alla condivisione della memoria, alle tante letture che nascono… a forme di scambio e connessioni perché il filo delle esperienze non si interrompa.
Mine è anche l’antico nome italiano di miniere, ricordato da Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso nel XVI secolo, nello stesso periodo in cui appaiono i primi documenti sulla lignite.